23/03/2020 – Se lavarsi le mani può fermare il virus perché non lo facciamo?

Articolo a cura di Stefano Monti.

In un recente articolo il managing director del Behavioural Insights Team (BIT) North America, Michael Hallsworth, si interroga su quanto venga seguita questa buona prassi che oggi è all’attenzione di tutti a seguito dell’emergenza Coronavirus.
La preoccupazione generata dall’epidemia è ai suoi massimi livelli e le persone cercano di fare  tutto il possibile per minimizzare il rischio di essere infettati.

La buona notizia è che c’è un comportamento semplice, a disposizione di tutti e, soprattuto, efficace: un buona igiene personale e, in particolare, lavarsi spesso le mani.
Non è certo una novità. Gli ospedali sono da sempre disseminati di prodotti disinfettanti e di cartelli che indicano con dovizia di particolari come procedere a una corretta pulizia.

E anche nella cultura popolare delle nonne è ricorrente il richiamo ai bambini a lavarle e non portarle alla bocca o agli occhi.

La brutta notizia è che le persone trovano difficile farlo adeguatamente e con costanza.

Diversi test hanno verificato che l’igiene delle mani è in media scarsa ma non sempre ne siamo consapevoli.

Le persone, se interrogate, dicono di lavarsi le mani molto più spesso di quanto effettivamente fanno e le lavano di meno quando pensano di non essere osservate.

Perché non ci laviamo le mani quanto dovremmo?

La scienza comportamentale ci può aiutare a identificare alcuni degli ostacoli principali e magari anche suggerire cosa potrebbe aiutarci e fare la differenza in questo momento di bisogno.

Quando si pensa alla necessità di influenzare un comportamento la prima risposta che normalmente viene in mente è quella di utilizzare l’informazione.

Il BIT ne ha testato la forza attraverso delle affissioni e ha scoperto che la comunicazione ha gli effetti più forti sulle persone che già si lavano le mani di frequente.

In altre parole rinforza il comportamento di chi già era virtuoso ma non influenza quello di chi non si attiene a queste prescrizioni.

Questo è un problema se dobbiamo tenere sotto controllo un’infezione.

Hallsworth sottolinea come in questa epidemia ci sia anche un ulteriore problema e cioè che l’attenzione delle persone possa essere distratta da qualcos’altro.

In Italia le mascherine in pubblico sono un evento raro da osservare.

È quindi più facile notare persone che le indossano perché è inusuale e ben visibile, a differenza del lavarsi le mani che è comune e prevalentemente privato.

Tutto ciò può creare la percezione che indossare una mascherina sia la priorità per prevenire l’infezione.

E magari costituire un alibi psicologico inconscio per non lavarsi le mani: se indosso la mascherina mi sento sicuro e non ricercherò altre precauzioni o comunque mi impegnerò di meno nel farlo.

A questo si aggiunge il fatto che il nostro istinto predilige rapporti di causa-effetto diretti e non c’è niente di più rassicurante che coprirsi bocca e naso per proteggerci da un possibile contagio.

Ovviamente ci sono vantaggi nell’indossare una mascherina ma ancora non ci sono evidenze che siano utili quando indossate da persone non infette.

Almeno uno studio, poi, suggerisce che da sole sono meno efficaci del lavarsi le mani nel prevenire un’infezione.

E, dato che le forniture di mascherine sono limitate, è necessario riservarle alle persone malate, agli operatori sanitari e alle situazioni in cui possono essere maggiormente utili.

Un altro elemento da considerare è che la mera consapevolezza dell’importanza di lavarsi le mani difficilmente è sufficiente da sola a portare il risultato desiderato. Dobbiamo anche prendere in considerazione la disponibilità. Talvolta ci possono essere delle barriere fisiche che impediscono il comportamento quando servirebbe: possono non essere disponibili l’acqua, il sapone o qualcosa per asciugarsi.

Le persone potrebbero sapere quello che devono fare ma essere impossibilitate a farlo.

Una soluzione ovvia è aumentare la fornitura di disinfettanti per pulire le mani in quei luoghi dove normalmente non ci sono ma sarebbe opportuno averli.

E infatti in molti supermercati sono comparsi all’ingresso delle corsie.

La scienza comportamentale ci spiega però che non tutti i tipi di disponibilità sono uguali: anche un piccolo incremento nello sforzo necessario può far si che un presidio non venga usato.

Bastano pochi metri da percorrere in più rispetto al nostro percorso normale per far decrescere sensibilmente l’utilizzo di un dispenser.

Chi ha la responsabilità di collocare questi presidi deve sempre considerare la facilità della loro accessibilità e fruibilità. E questo implica anche renderli ben visibili, magari con l’uso dei colori, e studiarne la collocazione in base a come le persone si muovono in quello spazio.

Ma non è tutto: le persone possono non lavarsi le mani anche se ne conoscono i benefici e sono disponibili gli strumenti per farlo. Potrebbero essere distratte, stanche o semplicemente non curanti perché lo stanno già facendo troppo spesso o hanno la mente occupata. In questo caso parliamo di gap tra intenzioni e comportamenti.

Sebbene abbiamo l’intenzione di lavarci le mani manca uno stimolo.

Talvolta questo gap può essere ridotto introducendo messaggi o promemoria nel luogo e nel momento in cui il comportamento è necessario.

Uno studio ha testato gli effetti del posizionare differenti messaggi vicino ai distributori di sapone nei bagni delle stazioni di servizio di un’autostrada.

I più efficaci aumentavano l’uso del 10% ma gli effetti variavano in base al genere:i messaggi incentrati su come il sapone uccide i germi funzionavano meglio con le donne mentre gli uomini rispondevano di più a quelli che provocavano disgusto.

La tattica più efficace e sostenibile è quella di rendere il comportamento abituale.

Le abitudini sono azioni che vengono compiute senza una decisione consapevole nel momento in cui ci troviamo in una particolare situazione.

Lavarsi le mani con il sapone è più probabile quando è un comportamento automatico. Un suggerimento è di farlo cantando una canzoncina che duri più dei 20 secondi necessari a rimuovere i virus dalla pelle.

Se è una canzone familiare ci sono buone probabilità che una volta cominciato a cantarla si vada avanti fino alla fine automaticamente evitando di terminare troppo presto.

Questo è il valore di un’abitudine.

Un’altra modo promettente per aiutare le persone è collegare il lavare le mani ad eventi ordinari e ricorrenti.

Ad esempio con tre attività quotidiane regolari: l’entrare a casa o in ufficio, il soffiarsi il naso e il mangiare o maneggiare cibo.

E altrettanti collegamenti possiamo crearci da soli, per noi stessi o per gli altri, in funzione delle nostre routine quotidiane.

Lavarsi spesso le mani può risultare difficile ma è sano, e in situazioni quale quella che stiamo vivendo può essere addirittura vitale.

Le persone possono migliorare e la scienza comportamentale può aiutare ad essere più realistici nel considerare le barriere fisiche e mentali che ci troviamo a fronteggiare, piuttosto che limitarsi ad ammonire a fare la cosa giusta.

Se focalizziamo la nostra attenzione sull’importanza del comportamento, adattiamo il nostro ambiente e costruiamo nuove abitudini possiamo trarre grande vantaggio da una delle misure più efficaci per la prevenzione della diffusione dei virus.

Decisioni, comportamenti e atteggiamenti sono un triangolo indissolubile e comprenderlo è importante se vogliamo migliorare il nostro processo decisionale e aumentare le probabilità di raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo.

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Riferimenti: behavioralscientist.org

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