10/04/2020 – “L’umorismo condiviso, ovvero: come trasgredire e fare bella figura”

Articolo a cura di Matteo Andreone.

Negli ultimi giorni, un noto produttore di sofà e di poltrone ha cambiato il linguaggio e lo stile della sua campagna pubblicitaria televisiva.

Ci aveva abituati a innumerevoli pervasivi e sfiancanti spot giocati su un registro umoristico leggero, semplice e confidenziale, fatto di accento romagnolo, sorrisi disarmanti e offerte del giorno… poi, di colpo la sua comunicazione è cambiata.

Evidentemente il clima e l’ambiente per cui quegli spot erano stati scritti è stato travolto dalla pandemia di cui tutti ben sappiamo e quel linguaggio, pensato per altri momenti, non era più adatto.

È assai probabile che abbiate capito di quale azienda sto parlando e a quale campagna pubblicitaria alludo, come è altrettanto probabile che non abbiate mai gradito né gli spot di prima né quelli di adesso, ma la cosa è poco importante.

Utile invece è capire una cosa: chi sa usare l’umorismo, sa benissimo quando non è il caso di usarlo.

È necessario cambiare e adattare il linguaggio alla realtà che cambia.

Uso questo esempio come pretesto per continuare a parlare del nostro kit di sopravvivenza umoristica, quello strumento che può esserci utile nei momenti più difficili della nostra esistenza.

Perché dopo aver parlato di umoristico in generale, di quali sono i tre elementi base che lo compongono e aver presentato il primo (il pensiero), oggi parliamo del secondo: il linguaggio. Introducendo l’ingrediente del linguaggio diciamo subito che la qualità più importante per chi intende generare e utilizzare l’umorismo in modo efficace è… l’ascolto.

L’umorismo è un’intelligenza trasversale che chiama in causa alcune facoltà innate (la facoltà di pensare, per esempio, ma anche di vedere e di sentire) e alcune competenze acquisibili e migliorabili (la creatività, la comunicazione e l’intelligenza emotiva). Ma, senza dubbio, la cosa più fondamentale resta la capacità di ascoltare le persone e l’ambiente circostante.

Ogni gioco umoristico nasce da un’intesa, una sintonia e uno scambio di informazioni continue tra chi emette una comunicazione comica e chi la riceve.

Possiamo dire che la capacità di esprimere umorismo è in realtà la capacità di stimolare il senso dell’umorismo della persona (o delle persone) cui è diretto.

Nell’utilizzare l’umorismo come strumento di gestione dei momenti difficili dobbiamo quindi comprendere esattamente ciò che stiamo facendo, la situazione in cui stiamo agendo e lo stato emotivo e cognitivo delle persone con cui ci stiamo relazionando.

Quello umoristico è un linguaggio di trasgressione condivisa: crea una zona franca dei livelli cognitivi dove tutto è (anche solo per un momento) lecito e permette di esprimere pensieri che fino a un momento prima potevano essere non comprensibili ma che, appena espressi, diventano immediatamente compresi e condivisi. Senza questa condivisione non può esserci umorismo.

Ma qui sta il complicato della questione.

Qual’è il limite oltre cui non posso e non devo spingere la mia rilettura umoristica del reale?

Su cosa posso scherzare e su cosa no?

Come riesco a comprendere quando è giusto fare una battuta e quando non è il caso?

Fino a dove posso spingermi nel fare dell’umorismo con altre persone e come posso evitare che una battuta sia fraintesa o, peggio, generi malumore o indignazione?

E, ancora, perché una battuta che ha fatto sganasciare dalle risate alcuni miei amici è stata accolta con freddezza dai miei collegi d’ufficio (o viceversa)?

Infine, perché la stessa battuta detta dal mio collega ha creato diffusa ilarità e detta da me ha generato un glaciale imbarazzo?

Esistono modi per allenare questa capacità di comprensione del tempo, del modo e dell’occasione e, tra poco, ne vedremo uno. Prima però lasciate che vi racconti una brevissima storia che ha per protagonista una giovane psicologa del secolo scorso.

Negli anni 30’, quando i laboratori scientifici erano quello che erano e la misurazione dell’umorismo non era certamente tra i primi obiettivi della scienza, una ricercatrice polacca si inventò un metodo semplice ma ingegnoso per misurare quanto e come una cosa facesse ridere.

Disegnò su un pezzo di carta un cane bassotto dal corpo lunghissimo e tagliò il disegno in due, esattamente a metà.

Poi sovrappose le due parti (testa e coda) e le avvicinò fino a ricavare un cane dalla lunghezza normale. Chiamò questo giochetto enlarged dog e lo sottopose a un gruppo di 150 persone.

A ogni persona era dapprima mostrato il disegno del bassotto “normale” poi, la dottoressa, iniziava lentamente a allungarlo e le persone iniziavano a ridere.

Più lo allungava, più essi ridevano.

Ma giunti a una certa misura, le persone iniziavano a non ridere più: oltre una certa lunghezza le risate diminuivano, fino a scomparire del tutto.

Entro una certa lunghezza il cane era strano, incongruo ma in qualche modo comprensibile; oltre una data lunghezza il cane era assurdo, semplicemente impossibile. E l’effetto comico scompariva.

L’esperimento ci dimostra una regola base: è lecita l’esagerazione nel formulare un pensiero ma occorre equilibrio nell’esprimerlo.

In altre parole, è possibile trasgredire ma all’interno di una sfera condivisa, è possibile concepire qualcosa di assurdo solo se qual qualcosa è in qualche modo ricollegabile a una logica parallela.

L’umorismo è un gioco per adulti: un gioco di squadra, non un solitario.

E il gioco consente divertimento e trasgressione solo se le regole sono stabilite all’inizio e condivise da tutti i partecipanti.

Se le regole non sono comprese, sono esagerate o assurde, oppure il campo in cui si gioca non è ben chiaro e delineato, il gioco non è più praticabile.

Esiste una particolare area che in termine tecnico si chiama Ambiente Pre Umoristico, e che rappresenta il campo ideale per il gioco umoristico, cioè per la generazione e la diffusione di umorismo. Consiste nella coesistenza di condizioni ideali di:

  • Allineamento uditivo, visivo e cognitivo (possibilità di ascoltare, di vedere e di conoscere le stesse cose) tra chi esprime e chi riceve umorismo.
  • Intesa, cioè assunzione del medesimo punto di vista
  • Scambio, vale a dire possibilità di interscambio di conduzione del gioco tra chi esprime e chi riceve umorismo, con alternarsi di ascolto e comunicazione

Questo ambiente può crearsi naturalmente oppure può essere opportunamente creato da chi intende utilizzare l’umorismo per comunicare con una o più persone o per sostenerle psicologicamente.

Una volta trovato (o una volta creatosi), l’ambiente pre umoristico consente la libera circolazione di idee e la trasgressione condivisa di cui parlavamo prima. Quindi consente il sorgere e la condivisione dell’umorismo in modo libero e benefico.

Torniamo allora al nostro kit umoristico e mettiamoci dentro, insieme agli ingredienti (già sistemati la settimana scorsa) anche questo ambiente pre umoristico.

Lasciamo però un po’ di spazio, perché a fianco di esso ci metteremo la teoria e l’esercizio che seguono e che saranno per voi un regolatore fondamentale che vi sarà utile per capire quando usare l’umorismo e quando non usarlo.

Perché non c’è nulla di più pericoloso che usare l’umorismo fuori tempo, fuori misura o con la persona sbagliata.

Una delle cose più difficili nella creazione dell’ambiente pre-umoristico è, infatti, l’allineamento del proprio punto di vista con quello delle persone con le quali abbiamo a che fare, specialmente nei momenti di cambiamento, siano esse famigliari, amici, collaboratori, colleghi, superiori, dipendenti, clienti, fornitori.

Ogni relazione improntata su un allineamento umoristico si deve invece basare su un accordo a priori, difficile da stabilire, che consente un agevole inizio del gioco umoristico.
Ma come’è possibile stabilire questo accordo prima di procedere con la messa in pratica di un meccanismo comico?

Com’è possibile allineare il proprio pensiero e il proprio linguaggio umoristico con quelli della persona (o delle persone) con cui ci stiamo relazionando?

A volte viene spontaneo: istintivamente, guardando negli occhi una persona, riusciamo a capire al volo molte cose, forse non sufficienti per conoscerla a fondo e per delineare il suo carattere, ma sufficienti per capire che con questa persona “possiamo giocare”.

Quando invece questo non capita, o perché non ne abbiamo il tempo, oppure perché il nostro ruolo, il ruolo della persona o il rapporto che c’è tra noi e l’altro, non ci consentono di smascherarci, costringendoci nel nostro personaggio sociale o professionale, come possiamo fare?

Un metodo per capire l’ambiente umoristico in cui ci troviamo è quello del Basta Con…”, un gioco di sintonizzazione pre-umoristica che aiuta a stabilire la Soglia di Trasgressione Condivisa, cioè quale grado di coinvolgimento posso pretendere da chi mi circonda o quale grado di sintonia esiste tra me e i miei interlocutori.
Per allenarvi a cercare sempre questa soglia, provate con l’esercizio del “Basta Con…”.

Il Basta Con…” è una presa di coscienza e di posizione che determina il momento esatto in cui una cosa, una qualsiasi cosa (idea, concetto, moda, persona, personaggio, stile, produzione, ecc…) termina di essere gradita ai più e inizia, come dire, a stufare un po’.

Trovare l’allineamento grazie al “Basta Con…”, non è facile ma è sempre meno rischioso dell’utilizzo non gradito di umorismo: occorre indovinare il momento giusto in cui pronunciarlo, è come un tempo musicale, va pronunciato esattamente in quel momento preciso, ne prima ne dopo.

Un attimo prima del “Basta Con…” la cosa, l’oggetto, l’argomento, la persona in questione va bene, un attimo dopo diventa obsoleta. Se si dice troppo presto si rischia semplicemente (e pericolosamente) di non trovarsi d’accordo con la maggior parte delle persone, se si pronuncia troppo tardi, è fatta… diventa banale!

Per capirci: dire “Basta Con… la troppa pubblicità in tv” oppure “Basta Con… linquinamento” o ancora “Basta Con… il traffico” potrebbe essere troppo facilmente prevedibile e approvabile, e magari non ci consentirebbe di comprendere il ritmo del nostro interlocutore e la sua soglia di trasgressione condivisa mentre, al contrario, dire ad esempio “Basta Con… le energie rinnovabili” oppure “Basta Con… il rugby” potrebbe essere umoristicamente prematuro e non sarebbe per nulla condiviso.

E dire “Basta Con… lo stare in casa!” o “Basta Con… i virologi in TV!” che effetto pensate potrebbero ottenere con le persone con cui avete ogni giorno a che fare in questi giorni?
Una particolarità dei “Basta Con…” è che non vanno spiegati, motivati, argomentati o difesi, il “Basta Con…” se funziona lo si capisce e lo si condivide al volo, se in quel momento non funziona… non funziona, c’è poco da fare.
Quando cercate di creare un ambiente pre-umoristico adatto, provate a lanciare, ogni tanto, qualche Basta Con…” ai vostri interlocutori e vedete che effetto provocano su di essi. Sappiate quindi connettervi con loro e allinearvi sulle nozioni, sulla cultura, sulle emozioni e le idee.
Tenete presente un concetto fondamentale:dire “Basta Con…” qualcosa non significa minimamente che non si apprezzi la cosa stessa.

Si può amare particolarmente una data cosa ma rendersi ugualmente conto che per essa è giunto il momento (almeno, per il momento, forse tra qualche tempo, superata la fase “Basta Con…” tornerà a essere accettata).

In alternativa, potete provare con “Ci sarebbe bisogno di” o con “Lo sai che ti dico?” Oppure sbizzarritevi a trovarne altri.

Ora però “Basta Con… questo articolo!”, è venuto il momento di salutarvi e augurarvi una Pasqua serena e casalinga e una divertente e casalinga Pasquetta.

Riprenderemo quando riprenderà l’attività del temporale blog… almeno fino a quando non urlerete in coro: “Basta Con… Matteo Andreone!”

Passatevela bene… e Buona Pasqua.

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